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Storie di vita: Marisa Paolucci, la resilienza per fare cultura.

| di Redazione
| Categoria: Attualità
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La nostra storia di vita di oggi ci racconta di Marisa Paolucci, la “Professoressa Paolucci”, come amano definirla a Fossacesia, anche se lei di Fossacesia non è, ma la vive e soprattutto, cerca, con tanta passione e pazienza, di farla vivere e nello specifico di farne vivere la cultura. “Come è iniziata la sua relazione con Fossacesia”, le chiediamo e lei, con lo sguardo sognante di chi resta sempre legato ai ricordi, ci racconta che Fossacesia e tutto il territorio che la racchiude dalla costa alla Maiella, le sono sempre stati familiari, fin da quando abitava a Lanciano; ai tempi da Lanciano, come del resto accade tutt’ora, la Dottoressa Paolucci andava a San Vito o a Fossacesia al mare, quel mare che era limpido, con le sue spiagge pulite. Quella che però lei definisce “una vera relazione sentimentale” con Fossacesia nacque quando, negli anni 60’, decise di lasciare Lanciano per l’Università di Pescara: ci racconta che lì il panorama, soprattutto quello culturale, era totalmente diverso da quello delle nostre zone, virando verso una dimensione modernista e dinamica che le fece considerare Fossacesia un bene paesaggistico e culturale prezioso da proteggere. “Nel frattempo gli anni ’70 incalzavano con l’invasione di suolo in tutta Italia”, continua nella sua narrazione Marisa, “con il miraggio dell’industrializzazione che allettava il Meridione, le autostrade, i cantieri, le case a schiera che ricoprivano le colline. Ed io da Ortona, dove insegnavo, invece di tornare a Pescara, mi spingevo a scendere verso S.Vito fino agli Sgarzini, oggi spiaggia, dell’Hotel Supporter che dalla fine dell’800 era stato il “casino”al mare dei Mayer”.

Ecco i Mayer, Marisa ci nomina i Mayer, la famiglia di ricchi proprietari terrieri, dei rentier dell’alta borghesia, di Fossacesia ed allora non possiamo fare a meno, incuriositi, di chiederle di loro e soprattutto del suo legame a loro. “Come si è avvicinata alla Famiglia Mayer” le domandiamo. “Erano gli anni del liceo – ci dice – quando conobbi Vincenzo Paolucci, giovane avvocato lancianese, colto ed elegante, figlio di Costanza Mayer, ultima delle quattro sorelle eredi delle tante proprietà dei Mayer e dopo qualche anno, lo sposai. Entrai così a far parte di una delle tante famiglie della borghesia terriera in Abruzzo, conobbi la loro storia insieme alle loro consuetudini fatte ancora di rapporti con i mezzadri e i fattori, di fiere del bestiame, di mietiture e di raccolti, con tutti i protocolli sociali inerenti. Nel palazzo trascorrevamo le vacanze estive, quando ogni portone si riapriva e le stanze si rianimavano della presenza di zii, cugine e fratelli di ritorno dalle città dove si erano trasferiti per lavoro”. Il suo racconto è appassionante, ci sembra di fare un tuffo nel tempo, ci sembra di vederli davanti agli occhi quegli scenari che ormai, i nostri giovani di oggi, a malapena conoscono.

Il Palazzo Mayer, uno splendido palazzo dell’800 che sorge imponente nel centro di Fossacesia e che ad oggi, oltre ad un b&b, ospita un piccolo gioiello culturale ossia il museo della guerra e dell’arte contadina ed è anche sede dell’Associazione Itaca che Marisa ha fondato. A questo punto la nostra conversazione non può che concentrarsi su questo aspetto. In particolare ci incuriosisce molto sapere quando e come a Marisa sia venuto in mente di trasformare con questa destinazione il palazzo di famiglia. Lei ci racconta che verso la fine degli anni 70 le cose cominciarono a cambiare nella sua famiglia, quando le leggi sulla mezzadria modificarono i rapporti tra proprietari e contadini ai quali fu assegnata parte dei terreni da loro coltivati; a quel punto la sua famiglia dovette dare alcune case coloniche e parte dei terreni, mantenendo quelli più vicini al paese o più belli, anche se capirono sin da subito che non potevano più coltivarli e condurli. Soprattutto il Palazzo Mayer, simbolo della vecchia borghesia, pur essendo ancora loro, richiedeva cure continue e perciò nel 2000, alla morte di suo marito e nel 2005, dopo quella di sua suocera, Marisa, da giovane pensionata, penso di adeguare il manufatto a fini turistici e, date le caratteristiche estetiche e storiche del palazzo (era stato costruito nel 1835 da Don Michelangelo Mayer, nonno di suo marito) lo identificò come dimora storica, dove gli ospiti oggi vi trovavano una piacevole atmosfera d’altri tempi. La dimora infatti presenta caratteristiche davvero suggestive, con le sue alte volte con stucchi e decori, con la sua vecchia cucina

con il grande camino, con la sala biblioteca con i ritratti degli antenati alle pareti. Chi si reca presso Palazzo Mayer può anche visitare la cappellina di famiglia dove le due ultime sorelle Giovanna e Costanza si erano sposate nel dicembre del 1934, con un sontuoso banchetto nuziale nei salotti e nei saloni e le cantine, che completano l’esperienza del soggiorno restando nella memoria dei viaggiatori. Proprio il restauro delle cantine ha consentito successivamente a Marisa di adibire quello spazio a sede dell’Associazione Itaca.

“E la Casa Museo Palazzo Mayer con la Mostra della Guerra a Fossacesia e dintorni risale allo stesso periodo?” continuiamo a domandarle incuriositi da questa storia e per capire fino in fondo come Marisa abbia scelto di mettere a disposizione della cultura un bene così prezioso. Dal suo racconto intuiamo infatti che lei non è mai stata una donna “nobile” di quelle canoniche, di quelle che si chiudono nelle loro torri d’avorio. Marisa è diversa ed infatti la sua narrazione ce lo conferma. Dopo aver costituito l’Associazione, Marisa comincia a frequentare i corsi per operatori turistici della Regione Abruzzo e quelli del Patto Sangro-Aventino, oltre ai tanti convegni dove il turismo e la cultura venivano analizzati da esperti che ne illustravano le possibilità in nuove declinazioni e abbinamenti. Ed è proprio su questa linea di possibile sviluppo integrato dei settori agricoltura, turismo, cultura ambiente, che Marisa, con la sua associazione, ha iniziato a lavorare e tutt’ora lavora. Proprio durante questo percorso, Marisa, con la sua associazione, ebbe l’idea di favorire la visibilità delle “doti “che la Storia aveva elargito a Fossacesia, il passaggio fisico della Guerra proprio nelle stanze e nelle cantine del palazzo e il passaggio emblematico dal regime di borghesia a quello popolare del dopoguerra rintracciabile nei documenti e nelle foto presenti nella Casa Museo. “Amici dell’Associazione e storici locali come Attilio Piccirilli, Alberto Nicolucci e Antonio Rupa ci fecero avere foto da importanti archivi storici che inserimmo in insiemi tematici, proprio nelle cantine dove i soldati inglesi e indiani venivano ammassati, mentre il Comando generale con Campbell aveva occupato il piano nobile del palazzo, quindi una rara mostra nei luoghi della guerra sugli stessi mattoni dove avevano cammnato i soldati, molti dei quali riposano nel Cimitero inglese di Torino di Sangro.” Marisa è molto emozionata mentre ci racconta questi fatti e la sua voce è piena di orgoglio e di soddisfazione per quanto è riuscita a fare, anche se lei stessa sa quanto difficile sia far diventare la cultura strumento di sviluppo per un territorio. “Ma l’impresa più impegnativa e imprevedibile, la Casa Museo Palazzo Mayer, come spesso accade nella vita, l’ha realizzata per una fortunata coincidenza” – continua a dirci - “quando nel 2000 mentre insegnavo nell’Istituto Fermi di Lanciano ho conosciuto Caterina Sichetti, collega di corso e oggi Vice-presidente dell’Associazione Itaca; con lei spesso tornavo a Fossacesia e durante il viaggio, parlando delle nostre  attività e delle nostre idee, ad un certo punto decidemmo di  dar vita alla Casa Museo in un’ala del palazzo miracolosamente intatta nelle caratteristiche originali dei decori, degli affreschi, dei manufatti tessili; così iniziammo a vuotare  le soffitte e i bauli dove giaceva ancora parte delle doti nuziali delle ragazze Mayer e, grazie alla collaborazione scientifica di Domenico Maria Del Bello per il FAI di Lanciano, riuscimmo a inaugurare il Museo che poi l’Amministrazione di Enrico di Giuseppantonio ha sapientemente inserito nel sito gestito dal Patto Sangro.Aventino che lo espone insieme all’Abbazia di S. Giovanni in Venere”.

Restiamo meravigliati di fronte ad un racconto del genere, soprattutto perché ci rendiamo conto di quanta passione e di quanta convinzione Marisa, con la sua associazione, metta per riuscire a far comprendere quanto per una comunità sia essenziale fare cultura attraverso la riscoperta e la valorizzazione della propria storia.

Tanti sono i progetti che Marisa e la sua Associazione Itaca hanno in mente di portare avanti, primo fra tutti uno su cui lei vuole lasciare un po' di riserbo, ma che dovrebbe riguardare il recupero ambientale a scopo ricettivo, dove tutte le componenti della comunità entrano in gioco, dall’agricoltura alla cultura, passando per il recupero architettonico.

Marisa conclude questa nostra interessantissima chiacchierata con un concetto che ci colpisce molto “Dopo anni di lavoro quello che io mi sento di dire è che la cultura è un processo, non uno stato delle cose e che la stessa accezione rimanda a processi di innesto, potatura, semina in campo agricolo: bisogna lavorare la terra e avere pazienza, seminare e aspettare, bisogna capire se quel terreno è adatto alla specie che inseriamo e di nuovo avere pazienza finché quei cultivar diventano la fisionomia stessa del territorio. Gramsci diceva bene che cultura è ogni aspetto dell’intervento dell’uomo sulla terra, dalla potatura dell’ulivo ed è su questa base che continueremo a lavorare nel tentativo di rendere economicamente sano un prodotto turistico sostenibile e inclusivo che rientri in una visione-piano culturale ampiamente condiviso.”

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